I 3 miti legati ai Big Data da sfatare!

 

Quando l'espressione "Big Data" fece la sua prima comparsa nel mondo del Business, alcuni ritenevamo che si trattasse dell'ennesimo esempio di momentanea infatuazione per l'ultimo trend proveniente dal mondo delle tecnologie digitali. Oggi possiamo dire che molti si sbagliavano e che nel contesto attuale l'analisi dei Big Data sono effettivamente uno degli elementi per ottenere un vantaggio competitivo e strategico. Tuttavia ci sono 3 miti legati ai Big Data da sfatare, scopri di più scaricando l'ebook gratuito che mettiamo a tua disposizione.

 

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Boom in Italia dei Big Data Analytics nel 2015: le Aziende italiane decidono di sfruttare la conoscenza proveniente da milioni e milioni di dati.

 

 

Esistono dei cruscotti aziendali che consentono di conoscere le performance aziendali e di formulare decisioni strategiche, non resta che migliorare la conoscenza di essi.

 

Big Data è una di quelle espressioni che si sente utilizzare sempre più spesso, a volte in modo improprio. Da una ricerca dell’ Osservatorio Big Data Analytics &Business Intelligence della School Management  del Politecnico di Milano, è emerso che nel 2015 vi è stato un importante balzo in avanti del mercato italiano dei Big Data Analytics. Nel nostro Paese il mercato è infatti cresciuto del 14% raggiungendo un valore complessivo di 790 milioni di euro. Nel 2016 gli Analytics saranno la principale priorità d’ investimento (44%) per i manager italiani responsabili delle tecnologie dell'informazione nelle aziende e le competenze per la gestione dei Big data. La crescita che si prevede per l’anno che è appena iniziato dovrebbe essere intorno al 30%.

Ma la domanda che ci si pone è la seguente: che cosa sono i Big Data? Le notizie tecnologiche in rete riportano spesso questo termine, senza mai darne una reale spiegazione. Colpa anche nostra che diamo per scontato un trend del settore che è in realtà molto articolato e presenta dei punti poco chiari.

Si potrebbe utilizzare una fortunata definizione di Doug Laney che individua i Big Data come quei dati caratterizzati dalle Tre V: volume, velocità, varietà.

 

Volume: l’elemento più vistoso nel distinguere big data e dati tradizionali è la quantità, un tempo impensabile, di dati che aziende anche di dimensioni modeste possono avere a disposizione: è perfettamente normale, infatti, che una qualsiasi azienda disponga di più terabyte di dati, creando spesso problemi di gestione e di immagazzinamento. Si consideri poi che il dato non è più semplicemente una stringa di testo, ma può essere contenuto in formati molto diversi, come un’immagine o un video.

Velocità: un tempo un dato continuava a essere recente per un periodo di tempo prolungato: in un giornale cartaceo, per esempio, il dato di ieri è ancora un dato relativamente attuale. Nel mondo dei big data l’aggiornamento è continuo, e l’unico dato veramente recente è quel dato che in tempo reale descrive la realtà. Se è difficile immaginare che la raccolta di dati possa diventare ancora più veloce (non si può avere qualcosa più attuale di un aggiornamento in tempo reale), diventerà però sempre minore il tempo necessario per effettuarne l’analisi.

Varietà: la diversità delle tipologie di dato non condiziona solo il volume dei dati disponibili, ma anche la varietà e quindi la compatibilità nell’utilizzo. Oltre ai diversi formati tradizionali (excel, csv etc.) i dati possono essere video o immagini: questo crea evidentemente notevoli problemi di utilizzo. Riuscire a ridurre i dati in un formato coerente che ne permetta l’analisi è una delle principali sfide che un’azienda si trova ad affrontare.

 

Oggi, insomma, per guidare un’azienda così come per guidare un’auto c’è bisogno di conoscere i segnali e nell’azienda questi segnali possono essere molteplici e si estraggono da milioni e milioni di dati che derivano da fonti interne ed esterne.

 

Esistono dei veri cruscotti aziendali che indicano se l’azienda è performante, strumenti di cui oggi le Aziende non possono più fare a meno per gestire quest’enorme mole di dati in tempo reale. Ormai, gestire o non gestire i big data genera un’enorme differenza competitiva oltre che strategica.

 

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eCommerce, è il momento giusto per investire.

Prosegue la crescita a doppia cifra che caratterizza l’eCommerce in Italia a partire dal 2010: dopo aver ottenuto un’ incremento del 16% nel 2014, l’eCommerce registrerà per il 2015 un’ulteriore crescita del 15% che porterà il mercato a superare i 15 Miliardi di euro (fonte Netcomm ecommerce Forum).  Questo trend positivo potrebbe quindi rappresentare un nuovo spunto per rilanciare l’economia sia italiana sia europea: la diffusione dell’eCommerce ha infatti risvolti vantaggiosi in vari ambiti, che a volte trascendono la dimensione dell’ordine e si diffondono in misura più o meno evidente anche nel mondo dell’offline.

In primo luogo l’espansione sul web degli e-shop favorisce le vendite sui canali tradizionali. La multicanalità permette di collegare le attività online ed offline: non è più importante dove prenoti, acquisti o ritiri un prodotto, ciò che conta è che vi sia una connessione forte tra cliente e brand. In secondo luogo, una buona presenza digitale contribuisce sensibilmente alla diffusione del brand, con un effetto non solo in termi di awareness del brand, ma soprattutto in termini di conversioni e fatturato.

L’incremento del business è inoltre favorito dalla maggiore facilità di inserimento in nuovi mercati, con la conseguente apertura di canali di vendita altrimenti difficili da raggiungere.

I social network costituiscono buone opportunità per veicolare i prodotti online, il business digitale è come l’idreolettrico (l’ immagine è rubata a Tirreno Power).

 

 

 

 

I social network sono i torrenti: l’acqua scorre in modo violento e poco controllabile. Se la lasciate passare senza farci nulla, non ci guadagnate nulla, ci avrete fatto un bagno rinfrescante e basta. Google è un fiume lento, costante: ci vuole tempo per riempire il bacino, prima iniziate meglio è. E se volete aumentare il livello dell’acqua in ingresso, vi costa e pure parecchio. Il vostro dominio è la diga: lo sbarramento che è solo vostro, per trattenere l’acqua che arriva dagli affluenti; collegato al dominio c’è il sito. L’acqua — il traffico, i visitatori — la dovete fermare da qualche parte, per poterla utilizzare. Come? Facendola scendere verso l’eCommerce, ma deve avere una certa pressione, per fare girare le turbine.

Quindi, se curate il torrente ma senza la diga, non servirà a nulla. Se fate la diga ma non avete gli affluenti, il bacino sarà vuoto e la diga sarà stata inutile. Se fate la centrale elettrica, ma nulla di ciò che sta a monte, aspetterete invano di far girare le turbine. E invece, se tenete tutta l’acqua dentro la diga, che la fate a fare? Per estetica?

 

 

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L'invasione dei device Mobile e App Enterprise all'interno delle aziende italiane

L’utilizzo dei dispositivi mobili (Smartphone e Tablet) all’interno delle aziende italiane è ormai prassi comune. Secondo un’indagine di Osservatori.net, che ha coinvolto più di 230 delle principali aziende italiane, per il 53% de CIO nostrani, infatti la mobility è una delle due maggiori priorità di sviluppo in agenda. Il Belpaese, a sorpresa, è anche fra i pionieri nell’implementazione di avanzate strategie di mobilità. Oltre la metà dei CIO italiani ha già introdotto in azienda dispositivi tablet (65%) e se ne ritiene soddisfatto, mentre tra i CIO che ancora non li hanno adottati, la maggioranza si dimostra intenzionata a farlo nel breve termine (12%), mentre altri si orientano più su un orizzonte di medio/lungo periodo (25%). I pochi CIO reticenti a introdurre i dispositivi tablet (7%) sembrano avere valide motivazioni: la maggioranza, infatti, non ha personale in mobilità da supportare o non trova il dispositivo adatto alle necessità del proprio business, mentre un’altra piccola parte ha recentemente concluso un progetto in cui ha introdotto un altro device. Relativamente alle figure professionali dotate di dispositivi Tablet: gli Executive & C-Level nella maggioranza dei casi (65%) utilizzano già questi dispositivi oppure le riceveranno nel futuro (33%). Il personale di vendita in parte già li utilizza, ma soprattutto è destinato a riceverli nel futuro. Tra i manutentori poco più di 1 su 10 ha un dispositivo tablet e più di 4 su 10 li avranno a disposizione nel breve-medio periodo. Resta invece quasi inalterato il numero di CIO che non ritengono i tablet adatti a queste figure professionali. I trasportatori li utilizzano poco (solo nell’8% dei casi) e soli in pochi li riceveranno in futuro 5% a breve e 14% nel medio/lungo termine). Si confermano peraltro il numero di CIO non interessati a introdurre i tablet a supporto di questa figura professionale

 

I grandi player investono con sempre maggiore forza in questo settore, non ultimi IBM ed Apple che hanno siglato uno storico accordo con lo scopo di unire le forze per conquistare il mobile Enterprise con centinaia di App dedicate. La mobility, insieme ai fenomeni dei dati e del cloud, sta trasformando il mondo del business in maniera netta e sostanziale: permettendo agli utenti di re-immaginare il lavoro, i settori e le professioni. Attraverso le Enterprise apps, l’obiettivo è fornire a professionisti ed imprese la possibilità di ottenere la massima efficienza e produttività dal lavoro in mobilità supportato dall’utilizzo di strumenti mobile. Anche se la maggior parte delle App sono nate prevalentemente per intrattenimento, oggi non si usano più per gioco ma per lavorare. Introdurre in azienda applicazioni per tablet e smatphone significa migliorare i processi e guadagnare in efficacia. E i ritorni dell’investimento sono in generale molto brevi dai 6 ai 10-12 mesi al massimo. Si tratta nella maggior parte dei casi, di una piccola rivoluzione, un modo completamente nuovo di svolgere molte attività: il catalogo di carta sparisce, gli ordini vengono inseriti davanti al cliente, la logistica delle consegne si semplifica e così via. Vantaggi evidenti, che ormai sembrano essere del tutto chiari alle aziende italiane, che complice anche la crisi hanno accolto con entusiasmo il nuovo paradigma delle Mobile App per il Business, applicandolo in molteplici ambiti di utilizzo. Per contro, sono ancora molte le realtà che, abituate a una filiera di sviluppo del software ormai stabilizzata da decenni, ora si trovano spiazzate. E ciò in primo luogo perché spesso non capiscono questa rivoluzione e la ritengono un fenomeno solo consumer, distante dal mondo aziendale. Purtroppo è un errore, perché l’utente business è abituato nel privato ad usare questi sistemi caratterizzati da semplicità e immediatezza, e ora si aspetta di trovare in azienda strumenti molto simili. Il secondo problema strategico, è che le aziende non hanno ancora ben capito a quali fornitori rivolgersi. Altra anomalia è che proprio le Piccole e Medie imprese, cioè coloro che trarrebbero maggiore vantaggio dall’impiego di tecnologie più agili e dai costi più contenuti, sono anche quelle che mostrano maggiore difficolta ad adottare device mobili e App. E questo perché manca la cultura necessaria a fare il salto. Tuttavia nel 2014 c’è stata una crescita importante del mercato e nel 2015 le App e i device mobile diventeranno una costante, sia per i processi interni sia per l’interazione tra l’azienda e l’utente finale. Del resto, il Mobile diventa sempre più persuasivo nelle organizzazioni, e i tablet e gli smartphone sono per tutti, non solo per i manager, venditori e manutentori.

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Il CRM: strumento strategico sempre più utilizzato all'interno delle aziende

Molte aziende, forse troppo concentrate sul prodotto o sui costi di produzione, a volte perdono di vista quello che invece è l’obiettivo primario di tutte le loro attività quotidiane, cioè la soddisfazione del cliente. E se un’azienda senza clienti non può esistere, è ormai dimostrato che senza una corretta attenzione per il cliente questa stessa rischia di risultare perdente nella competizione imposta dal mercato globale. Al contrario il cliente “fidelizzato”, cioè sul quale si è attuata una corretta politica di CRM (Customer Relationship Management), è in realtà meno esposto agli attacchi della concorrenza. Ha infatti altri valori e metodi di valutazione del prodotto-servizio ricevuto oltre al puro prezzo. Da un’indagine promossa da C-Direct Consulting (Osservatorio CRM 2015), che ha interessato 250 aziende italiane, emerge che:

1. Il 60% delle aziende ha un sistema CRM: si tratta in prevalenza di aziende operanti nel B2B (62%) e B2B2C (68%), con dimensioni medio-grandi

2. Il 40% non ha un sistema CRM

3. Il 19% lo sta però considerando: sono soprattutto aziende medio-piccole (26%) o fatturato inferiore a 1 milione di € (32%) operantinei settori Retail, Automotive, Chimica / Farmacerutica, Utilities.

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Ecommerce in Italia: analisi e trend del mercato

La crisi Italiana si sa ha intaccato tutti i settori anche quello del web. Questo non vuol dire che non si stia lottando. Apprendiamo dai dati Assintel, che ad esempio il settore dell’ecommerce in Italia, sta lavorando con sforzo e determinazione per occupare un posto di rispetto nel settore commerciale. Uno studio, infatti, si è preoccupato di analizzare l’approccio che le aziende italiane hanno rispetto al commercio elettronico e come esse si trovano ad affrontare l’innata diffidenza del “comprare a distanza” del consumatore classico, proprio per evitare di restare indietro rispetto agli altri paesi.

Analisi del mercato elettronico italiano

In un Paese come il nostro, in cui i consumi complessivi si sono contratti mediamente di quasi 2 punti percentuale ogni anno negli ultimi 3, il volume delle vendite online raggiunge oggi il 5,4% dell’intero volume della distribuzione al dettaglio, rappresentata dagli oltre 750 mila negozi. L’ecommerce nel 2014 valeva 14.061 milioni di Euro, con una crescita annua del 17,8%. Gli esperti del settore stimano che il tasso aggregato di crescita 2014-2016 raggiunga il +16,9%. Nella figura è proposta la crescita dell’ Ecommerce in Italia ed in altre geografie significative.

Attualmente siamo ancora ai blocchi di partenza per volume complessivo, ma il nostro mercato mostra il più elevato tasso di crescita in Europa. Stando così le cose, nel 2016 l’Ecommerce in Italia raggiungerà quota 19.100 milioni di Euro, il che, oltra a farci superare il mercato spagnolo, ci avvicinerà a quello francese e tedesco, attualmente mercati più grandi, ma che crescono a ritmi molto più mitigati del nostro. Agli effetti dell’Ecommerce, l’Italia si comporta come un Paese emergente, in cui già in questo triennio sono presenti forte dinamiche di crescita di quello che è il principale comparto dell’economia digitale, che contribuirà in modo significativo anche alla sperata ripresa dei consumi. Emergenti o meno, senz’altro il nostro mercato diviene sempre più attrattivo anche per operatori sia internazionali, sia nazionali. Allo stato attuale, le nostre “esportazioni online” di prodotti, servizi e contenuti superano i 2 miliardi di Euro e crescono a ritmi superiori al +22%. 

I trend dell’ecommerce

L’evoluzione della vendita al dettaglio

Si nota che chi opera nella vendita al dettaglio, individui che solitamente hanno un negozietto in centro o in periferia dunque dediti al commercio tradizionale, si stiano sempre più spostando nell’online per vendere i propri prodotti producendo un duplice vantaggio: maggiore visibilità dei prodotti e gestione migliore del magazzino fisico grazie alla vendita di prodotti invenduti. Nelle azioni di vendita al dettaglio, altro trend in crescita, è l’utilizzo di strumenti di marketing che invoglino l’utente ad acquistare online. Molto spesso negli store fisici non esiste un prodotto in tutte le collaborazioni o taglie, diventa quindi essenziale dirottare l’utente verso l’online, con acquisti anche in store, per aumentare le vendite.

La presenza mobile è determinante

Altro trend fondamentale è che il numero di utenti che si collega da mobile è in rapida crescita e che il commercio elettronico deve per forza di cosa essere al passo con l’evoluzione dell’utente. Dunque diventa importante disporre sempre più di piattaforme di vendita che siano orientate al massimo al mobile.

Consumatori più soddisfatti

Il principale motivo che induce sempre più i consumatori a fare shopping online è il risparmio in termini di tempo e di soldi. Infatti, secondo dati forniti da MasterCard, il 69% degli eShopper afferma di trovare offerte più convenienti online, mentre il 66% preferisce lo shopping online per risparmiare tempo e per il 55% lo shopping online è più “comodo” di quello tradizionale, anche perché lo si può fare ovunque e in qualunque ora del giorno. Di fatto la possibilità offerta dall’online di confrontare prodotti e prezzi in ambito più ampio rende plausibile l’ipotesi che i prezzi siano più convenienti. La stessa possibilità di confronto convince il 59% dei compratori che online trovano prodotti che non si trovano altrove.

La fedelizzazione degli eShopper

Molto interessante è anche il dato di potenziale fidelizzazione: il 60% dei compratori torna a comprare online presso i siti con cui ha effettuato acquisti precedentemente. A questo punto il passaparola assume un’importanza fondamentale: la condivisione dell’esperienza tra amici, parenti e colleghi è un messaggio più forte e positivo di quelli che possono arrivare da altri link Internet, dai media tradizionali, dalla radio, dalla TV, dai giornali e dalle riviste

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Cloud, i vantaggi per le aziende

La parola Cloud si è ormai resa nota tra le pubbliche amministrazioni, le imprese fino ai singoli utenti, tutti possono beneficiare di questa rivoluzione: non ci sarà più bisogno di memorizzare i dati localmente sugli hard disk e di fare periodici backup, ma sarà possibile accedere on line da qualsiasi client alla potenza di elaborazione, alle piattaforme, ai servizi, ai software e ai documenti immagazzinati sulla “nuvola virtuale” gestita dal Cloud service provider. Sempre più aziende oggi si rivolgono ai servizi di Cloud Computing. La diffusione in ambito business è dovuto anche ai vantaggi competitivi che questa tecnologia permette di ottenere. Riduzione della spesa in conto capitale, semplificazione dell’IT, flessibilità. Sono tanti gli argomenti a favore dell’adozione del Cloud. Esso, infatti, non fa solo risparmiare nell’adozione e gestione dell’IT, ma è adatto a supportare i nuovi modi di fare impresa: più veloci, mobili, pronti a cogliere le opportunità del business. Sicuramente tra i vantaggi della nuvola vi è la riduzione di costi e sprechi e il maggiore controllo della spesa IT. Il Cloud, infatti, offre agli utenti i vantaggi della scalabilità, senza la pesante esposizione economica legata all’acquisto e alla manutenzione delle infrastrutture IT. I servizi sono disponibili on demand e sono pagati solo quando sono necessari. Massimizzando l’utilizzo delle risorse ed eliminando la presenza di risorse sprecate e non utilizzate, le aziende possono ridurre i costi e passare a nuove tecnologie e adottare nuovi applicativi senza dover affrontare investimenti onerosi. Il Cloud computing comporta una spesa operativa mensile facilmente gestibile ed elimina i rischi di obsolescenza, di deprezzamento e di sottoutilizzo delle risorse IT. La nuvola da maggiore competitività anche alle PMI. Storicamente, c’è sempre stata una grande disparità fra le risorse IT disponibili per le aziende di piccole dimensioni e quelle alla portata delle grandi organizzazioni. Il cloud computing consente alle PMI di competere con le aziende di dimensioni maggiori mettendo a disposizione, a fronte di un semplice canone mensile, servizi e tecnologie che avrebbero altrimenti costi proibitivi per le PMI. Il Cloud non serve solo a contenere la spesa in hardware e in licenze software mutandola in canoni d’abbonamento, quanto invece ad allineare l’IT con le esigenze d’impresa. Secondo un’analisi condotta da Verizon le aziende si affidano alla tecnologia Cloud, innanzitutto per semplificare le operazioni interne , gestendo i sistemi IT da una sede centralizzata. Inoltre, le aziende devono abbracciare la mobilità delle risorse per garantire ai dipendenti di accedere alle reti da dispositivi Internet-enabled. Con il Cloud i dipendenti possono lavorare, connettersi e collaborare da qualsiasi dispositivo, in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo. Le aziende si affidano al Cloud anche per una migliore comprensione di Big Data Analytics e, per affrontare, quindi, la sfida di memorizzare e analizzare il crescente volume di informazioni nel mondo digitale di oggi. In questo modo possono agire sui trend dei consumatori e innovare più velocemente per rimanere competitive in un mercato in rapida evoluzione. Insomma le aziende hanno deciso di abbracciare il cambiamento non per il gusto di cambiare, ma per essere più competitive e sfruttare i vantaggi della nuvola.

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